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Perché Elinor Ostrom e Oliver Williamson hanno vinto il Nobel 2009 per l'Economia?

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Perché Elinor Ostrom e Oliver Williamson hanno vinto il Nobel 2009 per l'Economia?
Elinor Olstrom
Oliver Williamson
Conclusioni
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 Elinor Ostrom

Il Nobel conferito a Elinor Ostrom è il premio a un lungo lavoro teorico ed empirico sulla gestione economicamente sostenibile dei beni comuni (Common Pool Resources), basata sulle capacità degli individui di apprendere dai propri errori e delle comunità locali di autoregolarsi, cambiando le istituzioni di regolazione. L’analisi della governance dei beni comuni individua un’interessante alternativa alla tradizionale dicotomia tra Stato e mercato nell’allocazione e gestione dei suddetti beni.

1.1 La ‘tragedia’ dei commons

Le riflessioni della Ostrom prendono le mosse, negli anni ’60, da un dibattito nelle scienze sociali che cerca di dare una risposta convincente al seguente interrogativo: come è possibile governare i cosiddetti beni comuni (ad esempio, oceani, laghi, foreste, ma anche sistemi di irrigazione, pascoli montani, zone di pesca) per impedire il loro sovrasfruttamento da parte degli individui? All’origine del dibattito vi era l’articolo del biologo ecologista Garrett Hardin, secondo il quale gli individui che utilizzano una risorsa condivisa – i commons appunto – agendo in modo autonomo e perseguendo il proprio interesse, finiscono inevitabilmente per sovrautilizzarla, portandola al deterioramento e, a lungo termine, alla distruzione (Hardin, 1968).

Anche Mancur Olson, nel suo noto volume Logica dell’azione collettiva, giunge a conclusioni pessimistiche sulle capacità degli individui di impedire comportamenti opportunistici e di trovare una soluzione ottimale riguardante l’utilizzo di beni comuni: “a meno che il numero degli individui non sia molto piccolo, o gli individui non siano obbligati ad agire nell’interesse comune, gli individui razionali e mossi dall’interesse personale non agiscono secondo l’interesse collettivo […] del gruppo” che utilizza la risorsa comune (Olson, 1983, p. 2). Di fronte al fallimento della gestione dei beni comuni sono state, di volta in volta, invocate due soluzioni: il ricorso all’intervento della mano pubblica oppure la privatizzazione dei beni. La Ostrom indica la possibilità di una terza via.

1.2 La soluzione della Ostrom

Nel libro Governing the Common (1990) la Ostrom supera la tradizionale dicotomia Stato-mercato, pubblico-privato, e individua soluzioni organizzative e istituzionali che consentono di governare e gestire i beni comuni. Tali soluzioni si muovono lungo un continuum di infinite combinazioni di cui Stato e mercato non rappresentano che gli estremi.  Le istituzioni sono definite come regole stabilite per favorire le interazioni interpersonali e il coordinamento. Tali regole rappresentano vincoli e, al tempo stesso, possibilità per l’azione individuale (Ostrom e Crawford, 1995, p. 582).

La Ostrom osserva che la privatizzazione o la gestione statale dei beni comuni possono entrambe non essere la soluzione efficiente. I beni comuni sono infatti, spesso, difficilmente privatizzabili. Ad esempio, come si può circoscrivere un banco di pesci che migra? E dunque come si può regolamentarne la pesca? D’altro canto, la gestione statale può comportare un’eccessiva rigidità e meccanismi decisionali lenti. Invece gli utilizzatori locali (appropriators), avendo una maggiore vicinanza e familiarità con la risorsa comune sfruttata, possono in certe circostanze essere in grado di preservarla, stabilendo regole di gestione flessibili e cambiando tali regole in base alle conoscenze che provengono dal suo utilizzo, anche in condizioni di informazione incompleta riguardante la natura stessa del bene. Inoltre i costi sostenuti dalla comunità, per vigilare sul corretto uso del bene e per punire chi trasgredisce a tali regole, tendono a essere inferiori ai costi della regolamentazione pubblica o privata. Le regole adottate dagli individui raramente sono interamente pubbliche o private, ma sono “combinazioni di istituzioni di natura pubblica e di natura privata che non possono essere classificate all’interno di una sterile dicotomia” (ibid.).

Ostrom identifica le condizioni che devono valere affinché una gestione comune possa rimanere sostenibile nel lungo termine. A tal fine individua pragmaticamente una serie di principi guida alla base dell’autoregolazione e autorganizzazione delle comunità locali e degli individui che utilizzano i beni comuni.

In primo luogo è centrale il ruolo della comunicazione: quanto più gli utilizzatori di beni comuni comunicano tra di loro, tanto più alta è la possibilità che tra di essi vengano stipulati accordi vicini al livello ottimale di sfruttamento; maggiore è la comunicazione tra gli utilizzatori, riguardante le modalità di sfruttamento e i sistemi di sanzioni, e maggiore è la probabilità che “l’inganno sugli accordi [sia] mantenuto a un livello molto basso, di modo che gli attori tendono a raggiungere un risultato ottimale” (Ostrom, 2006, p. XLIII).

Gli altri principi guida sono:

·    Chiara definizione dei confini, ossia identificazione precisa di chi ha diritto a utilizzare un bene e delle modalità d’uso del bene stesso.
·    Congruenza tra le condizioni locali e le regole di appropriazione e fornitura. Anche nel caso di sfruttamento di un bene simile (come ad esempio la gestione delle risorse idriche per l’irrigazione), le regole adottate possono differire in modo significativo a seconda delle specificità locali (Ostrom, 2006, p. 137).
·    Metodi di decisione collettiva che garantiscano che le istituzioni riguardanti lo sfruttamento sostenibile del bene comune siano frutto della partecipazione degli utilizzatori.
·    Controllo da parte degli utilizzatori e sanzioni progressive di chi contravviene alle regole comminate da altri utilizzatori o da loro incaricati.
·    Meccanismi di risoluzione dei conflitti risolti in loco dagli utilizzatori stessi.
·    Un minimo livello di riconoscimento da parte dell’autorità esterna riguardante i diritti di organizzarsi degli utilizzatori e le regole adottate dalla comunità.
·    Articolazione su più livelli delle organizzazioni di gestione dei beni comuni, valida per sistemi di gestione più grandi.La Ostrom analizza sia i casi di successo che di insuccesso nella gestione dei beni comuni. Tra i primi la studiosa menziona: i pascoli alpini a Torbel, in Svizzera, dove convivono forme di proprietà comune insieme a forme di proprietà privata; i pascoli e i sistemi di irrigazione in Giappone dove la gestione è affidata alle famiglie, indipendentemente dal numero di membri componenti; e i canali di irrigazione delle huertas (terreni coltivati) in Spagna. Tra i casi di insuccesso indica la gestione: delle zone di pesca nella baia di Izmir in Turchia dove non si è riusciti a ovviare né alla sproporzione di potere tra i gruppi di pescatori né alla mancanza di luoghi decisionali collettivi; e delle zone di pesca costiera nella Nuova Scozia dove la regolamentazione imposta dal governo federale ha determinato l’abbandono delle regole di sfruttamento locali che la comunità si era data, portando al depauperamento progressivo del bene. Lo studio di casi di insuccesso è molto interessante perché permette di approfondire le ragioni che hanno portato alla non applicazione di uno o più dei principi guida individuati precedentemente.

L’analisi dei casi di successo e di insuccesso condotta dalla Ostrom dimostra che l’evoluzione delle forme di auto-organizzazione porta a una diversificazione continua delle regole adottate, chiamata dalla Ostrom Institutional Diversity (Ostrom e Hess, 2005).

1.3 I presupposti epistemologici e culturali

I principi guida empiricamente rinvenuti dalla Ostrom conducono a un revisione della teoria della scelta razionale basata sull’introduzione di alcune variabili: il livello di comunicazione, reciprocità, fiducia e reputazione. La comunicazione abbassa sensibilmente i rischi di comportamento opportunistico (free-riding). La reciprocità comporta una reazione positiva/negativa ad altrui azioni positive/negative. La fiducia implica attese (positive) circa il comportamento altrui. L’effetto reputazione induce a mantenere la promessa di cooperazione, ottenendo benefici nel lungo periodo a fronte di un aumento dei costi a breve termine.

La Ostrom utilizza il concetto di razionalità limitata  (bounded rationality) intesa come  informazione incompleta e limitata capacità di rielaborare le informazioni potenzialmente disponibili. Il concetto di razionalità limitata è applicato in contesti caratterizzati da comportamenti non cooperativi che possono dar luogo ad esiti imprevisti e spesso contrari agli obiettivi che gli individui stessi si erano inizialmente prefissati. Il tipo e il livello di razionalità influenza i processi di apprendimento, la formazione di regole sociali e  il grado di fiducia, reputazione e  reciprocità. Come la Ostrom afferma in un suo recente scritto: “nella spiegazione dei livelli di azione collettiva, il contesto all’interno del quale gli individui fronteggiano dilemmi sociali è più importante del riferimento a un singolo modello di comportamento razionale”. Tale modello rappresenta un caso estremo di un’ampia gamma di possibilità ed è riferito solo a “contesti istituzionali altamente concorrenziali”, (Ostrom, 2007, p. 13). Infatti:
"una più ampia teoria del comportamento umano vede gli uomini come creature che si adattano e che cercano di farlo meglio che possono, dati i vincoli delle situazioni nelle quali essi si trovano. Gli uomini apprendono norme, euristica, e una completa strategia analitica gli uni dagli altri […] e dalla propria capacità […] di immaginare un mondo strutturato differentemente. Essi sono capaci di individuare nuovi strumenti – tra cui le istituzioni – che possono cambiare la struttura dei mondi in cui operano […]. Essi adottano sia prospettive di breve che di lungo termine a seconda delle opportunità […]. Modelli multipli sono compatibili con una teoria del comportamento umano limitatamente razionale, che include il modello della razionalità completa quando ci si trovi di fronte a situazioni ripetute e altamente concorrenziali. "(Ostrom, 2007, pp. 13-14).

1.4 Ulteriori considerazioni

E’ possibile trarre dalla teoria della Ostrom alcuni insegnamenti di fondo:
·    Le istituzioni, intese come regole, sono il prodotto di una stratificazione di lungo periodo dell’esperienza secondo un processo incrementale trials and errors.
·    Gli individui apprendono dagli errori e sono in grado di rimodulare il proprio comportamento adeguandosi all’evoluzione delle regole e ai comportamenti (positivi o negativi) degli altri soggetti utilizzatori dei beni comuni.

Inoltre, in uno dei suoi ultimi volumi, la studiosa americana ipotizza che anche la conoscenza sociale, frutto di un lungo processo di competizione e di cooperazione sviluppatosi nel corso dei millenni della storia umana, rappresenti un bene comune che è necessario tutelare e preservare. Nella nostra epoca tale esigenza si fa più pressante dato che la conoscenza basata sulle tecnologie digitali e informatiche  è in linea di principio accessibile a tutti, ma, al contempo, è sottoposta a meccanismi di limitazione e riduzione delle possibilità di circolazione (si pensi al digital divide, alle password a pagamento o all’user id).

In conclusione, la Ostrom riconosce che i meccanismi di governance dei beni comuni sono indubbiamente molto complessi rispetto alla relativa semplicità degli schemi di regolazione statale e di funzionamento dei mercati concorrenziali. E in tal senso ci invita a rifuggire dalle soluzioni semplicistiche e a “confrontarci con la complessità, piuttosto che rigettarla”. “Panaceas are not to be recommended!” è la significativa conclusione della sua Prize Lecture a Stoccolma (Ostrom, 2009).